· 09 September 2026

Le ali di Frida e i Polimeri metafisici

Le ali di Frida e i Polimeri metafisici

Le ali di Frida e i Polimeri metafisici

 

Frida Kahlo scrisse nel suo diario: «Piedi, a cosa mi servono se ho ali per volare?», parole che affidò alla carta da un letto d'ospedale, dopo l'ennesima operazione, mentre il suo corpo continuava a tradirla. In quella frase non c'è resa, perché quello che si avverte è piuttosto la certezza che l'arte fosse per lei un organo vitale, necessario quanto il cuore o i polmoni. Dipingere era il modo che aveva trovato per continuare a vivere anche quando il corpo stesso glielo impediva.

C'è un'eco di quella stessa ostinazione nelle parole con cui Sergio Cavallerin descrive il proprio gesto:

«Sono colui che sopravvive al sogno. E la mia mano segue così la memoria di un fare, accarezza la tela e la prepara all'incontro con il colore. Che sarà tormento, fatica e gioia.»

 

Sopravvivere al sogno, o forse sopravvivere attraverso il sogno: per entrambi la pittura sembra essere prima di tutto una questione di necessità, non solo di scelta estetica. Ed è proprio da lì che per entrambi passa anche la libertà, quella che Frida trova nelle sue ali e che Cavallerin sembra ritrovare, ogni volta, nel colore.

Da oltre vent'anni Cavallerin affida questa necessità ai suoi Polimeri, tele attraversate dalla ripetizione di un segno, che siano gatti, falci, soli, fiori o Pinocchi, e percorse da una domanda che ritorna sempre uguale, «Dov'è?». Dov'è la fabbrica? Dov'è il teatro? Dov'è il tuo vero amico? Un gioco della ricerca solo in apparenza, perché dietro l'ironia affettuosa delle immagini si nascondono le domande principali della vita, insieme alla denuncia di un presente che sembra volerci distratti a ogni costo. Ma in ogni Polimero la risposta esiste comunque, custodita in una piccola forma d'oro o d'argento, quasi a dire che il buono c'è ancora e chiede soltanto di essere cercato. Perché la denuncia, in fondo, non cancella mai la speranza.

Oggi questa ricerca si apre a un capitolo nuovo, quello dei Polimeri metafisici, e il riferimento corre naturalmente a Giorgio de Chirico, che della Metafisica fu il padre e che sull'arte scrisse parole nette e taglienti:


«Perché un'opera d'arte sia veramente immortale, deve uscire completamente dai confini dell'umano: l'intelligenza media e la logica le nuocciono. [...] La concezione di un'opera d'arte dev'essere in noi così forte, deve apportare tal gioia o tale dolore, che noi siamo costretti a dipingere.»

Dipingere, quindi, non come scelta ma come obbligo interiore: la stessa necessità che abbiamo incontrato in Frida, la stessa di chi si definisce sopravvissuto al sogno. Nei Polimeri metafisici la domanda «Dov'è?» abbandona gli oggetti del quotidiano e si sposta su un piano più rarefatto, dove l'enigma conta più della soluzione e dove il silenzio della tela parla quanto i segni che la attraversano. Se i primi Polimeri interrogavano il costume, la società, la cronaca, questi nuovi lavori sembrano interrogare piuttosto l'essere, chiedendosi cosa resti della forma quando il mondo intorno pare averla smarrita, e dove sia rimasto l'umano in un tempo che sembra aver conservato soltanto la propria superficie tecnologica.


La domanda più recente di Cavallerin suona infatti così: dov'è il cerchio? E quando, poi, riusciremo davvero a chiuderlo, questo nostro cerchio? È un interrogativo che nessuna forma d'oro potrebbe mai risolvere al posto nostro, e che, come ogni enigma metafisico che si rispetti, ammette una sola strada percorribile: fermarsi, guardare, e cercare la risposta dentro di sé.


Forse è proprio in questo punto che Frida e Cavallerin finiscono per incontrarsi davvero. L'arte come necessità vitale ha sempre due facce, perché per chi la fa è ciò che permette di sopravvivere, mentre per chi la guarda diventa un invito a vivere di più. Le ali, allora, non sono un dono riservato agli artisti, ma una scelta che chiunque può fare, e ogni quadro che ci costringe a cercare, che sia un topo tra i gatti, un martello tra le falci o un senso tra i segni, ci sta insegnando, in fondo, a usarle.