· 06 June 2026

Adroni – Verso un naturalismo particellare

Adroni – Verso un naturalismo particellare

Materia, processo e visual art nella nuova serie di Sergio Cavallerin


Per saggiare le strutture della realtà bisogna fare uno sforzo di immaginazione e figurarsi all'interno di un acceleratore di particelle, oasi sottovuoto in cui gli elementi collidono a velocità prossime a quella della luce. Al fortunato verificarsi dell'urto, in statica e magnetica contemplazione, osserveremo quali coaguli subatomici si siano formati e, forse, afferreremo qualche stralcio di conoscenza in più. È questa la soglia a cui lavora Sergio Cavallerin con la serie Adroni: il momento immediatamente successivo alla collisione, quando la materia, ancora instabile, cerca la sua forma più stabile.


Dal nome alla materia

Un adrone è una particella subatomica soggetta all'interazione forte, la forza che tiene insieme i quark all'interno dei nuclei atomici. Nella nomenclatura della cromodinamica quantistica, la fisica ha preso in prestito da altri campi semantici terminologie familiari per definire qualcosa che prima non aveva nome: le cariche di "colore", i "sapori" con cui vengono descritti diversi tipi di quark. Compiacenti intrusioni di nomenclatura, similitudini necessarie alla comprensione di fenomeni non osservati in precedenza. Gli Adroni di Cavallerin dialogano con la fisica nella stessa misura in cui essa ha dialogato con il linguaggio comune: mutuando il nome di ciò che non si vede per dare forma a ciò che, sulla tela, si genera.


Le opere della serie non raffigurano particelle. Procedono per reazioni e stratificazioni fino alla comparsa definitiva dell'adrone, alla sua cristallizzazione nella foggia più stabile: il dosaggio e le sovrapposizioni di vernici di diversa densità e consistenza interagiscono con la chimica dei separatori, e il risultato, ricercato e conferito, è quello di una materia in formazione.

 


Dalla figura alla materia

La serie Adroni rappresenta per Cavallerin un cambio di rotta rispetto all'esperienza maturata attraverso la Pop Art e l'estroflessione. L'abbandono del figurativo non risponde a una crisi ma a un'esigenza di approfondimento: sondare altre possibilità e cercare nuove risposte in un territorio in cui il procedimento esecutivo stesso diventa strumento di indagine. La ricerca si sposta dalla superficie rappresentata alla superficie come luogo di accadimento, dall'immagine del mondo al mondo che si forma.


In questo senso la traiettoria di Cavallerin converge, per via autonoma, con alcune delle questioni centrali della fisica contemporanea. La materia sfugge: talvolta è corpuscolo, talvolta è onda, a seconda del punto di osservazione. I nuovi assunti della fisica quantistica vanificano la solidità del mondo e ce lo restituiscono in una conformazione i cui elementi costituenti non hanno attributi stabili, ma vengono definiti dalle forze che agiscono su di essi. In tale scenario creazione e distruzione perdono la loro dualità di opposti perché si rivelano fasi di un processo in fieri. Le opere di Cavallerin ripetono la logica di questa zona con mezzi diversi, su superfici diverse.


Come reagisce la materia

Il procedimento esecutivo degli Adroni si fonda sul dosaggio e sulla sovrapposizione di vernici di diversa densità e consistenza, in interazione con la chimica dei separatori. Le variabili sono impostate; poi la materia reagisce, stratifica e si cristallizza. L'artista è presente nel processo come lo è un fisico nell'acceleratore: predispone le condizioni, ma non determina l'esito. Ciò che emerge appartiene alla materia quanto all'artista, e forse più alla materia.


Le opere della serie tendono a strutture pseudo-circolari, nuclei densi attorno ai quali la materia si stratifica in anelli cromatici di diversa consistenza, bordi che crepano o si espandono seguendo logiche interne. È la stessa geometria ricorrente associabile all'Informale europeo: l'ovoide che cerca di concludere in sé tutti gli stadi confusi di una materia in fase di riformulazione.


Questa dinamicità esecutiva non è lontana da quella che portava Jackson Pollock nel gorgo primo e ultimo della creazione a delegare alla materia parte del processo pittorico. Il risultato inconsapevolmente ottenuto dal pittore americano, decrittato dal fisico Richard P. Taylor, era quello di un ordine sotteso al groviglio casuale: una dimostrazione pittorica della Teoria del Caos e della natura frattale dell'universo. L'autosimilarità della serie degli Adroni ci avvicina agli stessi meandri paradossali, con la differenza che in Cavallerin la consapevolezza del processo è esplicita: sa cosa sta cercando, anche se non sa cosa troverà.

 


Pattern e autosimilarità

Nell'apparente caos cosmico c'è un ordine sotteso e invisibile che regola tutto. Come in natura le sequenze dei frattali riscontrabili nelle conformazioni vegetali sembrano rispondere alla stessa matrice, anche nelle opere di Cavallerin vengono replicati gli stessi pattern formali. Il corpus risulta uniforme e continuo, eppure ogni singola opera è estremamente diversa dalle altre, così come ogni foglia di albero è diversa dalla sua gemella.


La coerenza viene dal processo stesso, dalla logica interna delle reazioni chimiche e dalle leggi fisiche che governano il comportamento della materia su supporto: la serie porta impressa la traccia di qualcosa di innato, quella della materia che non può esimersi dal lasciare i segni della propria natura.


Il dialogo con l'Informale europeo

Le coordinate storiche entro cui collocare questa ricerca sono individuabili con precisione: la composita poetica dell'Informale degli anni Quaranta e Cinquanta, in cui la struttura pseudo-circolare, di ovoide che cerca di concludere in sé tutti gli stadi confusi di una materia in fase di riformulazione, compare in molteplici esperienze europee. Negli straripanti micro-universi ad acquerello di Wols, negli strati di colla spatolata delle hautes pâtes di Jean Fautrier, nei concetti spaziali bucherellati da Fontana: accartocciata su se stessa, riempita di moltitudini, l'esistenza si sfalda in crepe e faglie, prima di disintegrarsi e sparpagliarsi nel vuoto.


La ricerca di Cavallerin si inserisce in questa genealogia senza citarla: è una convergenza indipendente verso gli stessi problemi, attraverso soluzioni tecniche che appartengono al presente. La differenza sostanziale è che Cavallerin opera in un momento in cui la fisica quantistica ha radicalizzato ulteriormente quella messa in discussione della solidità del reale che l'Informale intuiva per via artistica.


Eternizzare il processo: la collaborazione con AINO

Terminato lo svolgimento del suo creare, l'artista comunque non è pago. Innamorato più del processo che della realizzazione, ne reitera il flusso fino a desiderare l'impossibile: che il momento della genesi dell'opera diventi eterno. Per raggiungere questo scopo ricorre all'interazione con il digitale, e trova un interlocutore in AINO, nome d'arte di Giorgio Bertinelli, visual artist e musicista la cui ricerca si muove all'intersezione tra arte e scienza, ispirandosi all'opera morfogenetica di Andy Lomas e alle sperimentazioni di Thomas Vanz sulla dualità di micro e macro concezione dell'universo.

 


Prendendo come punto di partenza un esemplare di Adrone, AINO immagina, all'inverso, il processo che ha portato alla stabilizzazione in foggia semi-conclusa. La mappatura di forma e colore, la griglia tridimensionale che frantuma la realtà in pixel, diventa una nuova tela per la scomposizione chirurgica dei legami subatomici in chiave estetica. Ogni particella subisce una deformazione tramite un noise di controllo, generatore pseudo-casuale di dati ed eventi, frequenze e colori, che agisce esattamente come le leggi in Natura: dà vita a una randomizzazione diffusa del movimento dei singoli corpi, mentre la configurazione delle variabili di movimento passa al vaglio dell'intuizione immaginifica dell'artista digitale, il quale rincorre l'idea di un oggetto estetico e intangibile per la rappresentazione dell'invisibile.

 


Il risultato è un'elaborazione audiovisiva in cui pittura e suono cessano di essere campi separati. Il suono non illustra l'immagine: ne è parte imprescindibile, componente della stessa composizione artistica volta a unificare definitivamente i campi dell'audio e del video. Nella versione installativa più ambiziosa del progetto, con proiezione da uno a quattro pareti e impianto audio spazializzato, lo spazio espositivo diventa il campo in cui avviene la collisione – e lo spettatore ne occupa il centro.

 


Frequenze intime

L'intuizione che attraversa l'intero progetto è quella di riuscire a visualizzare un giorno le frequenze più intime della materia e scoprire, tra lo stupore dell'ovvietà e l'estasi sinestetica, che il suono che percepiamo è lo stesso che emettono anche i moti delle stelle. È un'affermazione che si radica nella descrizione della realtà che Carlo Rovelli ha restituito nei termini di eventi che tessono una rete di interazioni: non oggetti stabili, ma relazioni in continuo divenire.


Gli Adroni di Cavallerin abitano questa descrizione senza tradurla in immagine. La ripetono, con la chimica della vernice e la logica dei separatori, sulla superficie del cartone telato. Il naturalismo particellare a cui tende la serie – laddove fisica non dimentica la sua etimologia greca: Φύσις è, tuttora, Natura – non è un programma teorico applicato alla pittura, ma il punto di arrivo di un processo in cui la materia, lasciata reagire secondo le proprie leggi, finisce per dire qualcosa di vero sulla propria natura.